Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto

Galimberti-CristianesimoE’ uscito da poco, per la Feltrinelli, un libro di Umberto Galimberti intitolato Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto.

La tesi del libro è che il cristianesimo è la religione che ha dato avvio alla progressiva desacralizzazione del sacro tipica del nostro tempo. Infatti la rimozione del sacro comporta l’assolutizzazione del cosmo della ragione che, quando si fa sicura di sé, più non socchiude la porta dietro la quale si aggira il caos dell’indifferenziato.

“Sacro” è parola indoeuropea che noi traduciamo con “separato” e che si riferisce a quelle potenze che l’uomo avverte come superiori a sé e che ha sempre collocato in uno scenario altro, -separato, appunto-, rispetto al contesto nel quale egli vive. Dal sacro l’uomo tende a tenersi lontano, come sempre accade di fronte a ciò che si teme, e al tempo stesso ne è attratto come lo si può essere nei confronti dell’origine da cui un giorno ci si è emancipati. Tutte le religioni hanno sempre delimitato e circoscritto l’area del sacro, garantendone a un tempo la separazione e il contatto, grazie a pratiche rituali codificate capaci di evitare l’espansione incontrollata del sacro ma anche di renderlo accessibile. Al contatto con il mondo del sacro sono preposte persone consacrate e separate dal resto della comunità ( i sacerdoti), spazi separati dagli altri in quanto carichi di potere (templi, sinagoghe, moschee, chiese), tempi separati dagli altri e nominati festivi, che delimitano i periodi “sacri” da quelli “profani” dove, fuori dal tempio (fanum) si svolge la vita di ogni giorno.

Il sacro è quello sfondo indistinto da cui gli uomini sentono di provenire e che hanno tenuto lontano, fuori dalla loro comunità perché il mondo del sacro è il mondo del simbolo nell’accezione greca del syn-bàllein, del “mettere insieme”: è il mondo dove non c’è distinzione, non ci sono le differenze. Pensiamo alle parole di Eraclito: Il dio è giorno e notte, inverno e estate, guerra e pace, sazietà e fame, e muta come il fuoco quando si mischia ai profumi odorosi, prendendo di volta in volta il loro aroma.

L’uomo ritiene giusta una cosa e ingiusta l’altra, per dio tutto è bello, buono, giusto.

Eraclito fr. B67 e fr. B102

La ragione segna il grande congedo dell’uomo dal sacro perché essa apre lo scenario delle differenze che, nell’ambito del sacro, sono misconosciute e ignorate. Regola della ragione è infatti il principio di identità e di non contraddizione, per cui “questo è questo e non altro”. Il principio che la governa è la disgiunzione (in greco dia-bàllein) che vieta che una cosa sia “questo e anche altro”, come invece prevede il linguaggio simbolico (in greco syn-bàllein) di cui si alimentano le narrazioni mitiche, magiche, poetiche e religiose. La ragione umana si dà quando instaura la differenza, quando decide che una cosa è se stessa e non altro. L’indifferenziato, di cui il sacro si alimenta, è dunque lo sfondo pre-umano da cui l’uomo si è emancipato con un gesto violento. E’ la violenza sottesa ad ogni decisione, perché decidere significa tagliare (de-coedere) e quindi stabilire una volta per tutte il senso delle cose, eliminando d’un colpo tutti i significati adiacenti e tutte le oscillazioni possibili di cui si alimentano le mitologie, i simboli, le fantasie, i sogni, le allucinazioni che attingono a quello sfondo pre-umano che è lo sfondo dell’indifferenziato.

Il gesto della ragione è violento, perché dire che questo è questo e non altro è una decisione della ragione, non la verità delle cose. Ma la violenza della ragione è ciò che ha consentito all’uomo di sottrarsi a quella violenza maggiore che è il mancato riconoscimento delle differenze, per cui il padre non è riconosciuto come padre, la madre come madre, il figlio come figlio, con conseguente oscillazione dei significati che la ragione umana ha faticosamente costruito per orientarsi nel mondo. Ecco perché gli uomini hanno sempre cercato di separarsi da quello sfondo simbolico. Ma una tale separazione non è mai definitivamente raggiunta e guadagnata una volta per tutte perché, al di sotto delle differenze attraverso le quali la ragione umana articola se stessa, sempre lavora quella simbolica dell’indifferenziato che minaccia di abolire tutte le differenze che la ragione ha faticosamente instaurato.

  • · Se il sacro è il luogo dell’indifferenziato, dove il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, il benedetto e il maledetto si con-fondono, il cristianesimo ha perso la dimensione del sacro perché, assegnando tutto il bene a Dio e tutto il male a Satana, ne ha soppresso l’ambivalenza, lo ha desacralizzato.
  • · Il cristianesimo, con l’incarnazione che ne è l’atto fondativo, con l’umanizzazione di Dio, ha determinato inevitabilmente la divinizzazione dell’uomo, che si sente unico artefice della sua storia, prima sotto la protezione di Dio e poi, gradatamente, anche senza Dio.
  • · Il cristianesimo ha costruito una teologia (sul modello della filosofia platonico-aristotelica) smarrendo il messaggio evangelico il cui tratto distintivo è l’amore. Tra il messaggio d’amore annunciato nel vangelo e la teologia che cerca di giustificare la fede con gli strumenti della ragione (in un mondo come quello occidentale che procede con gli strumenti della sola ragione) c’è un’incolmabile distanza
  • · Smarrite le tracce del sacro, attenuata con l’incarnazione la trascendenza di Dio, il cristianesimo si è ridotto ad agenzia etica e si è dunque fatto evento diurno, lasciando la notte indifferenziata del sacro alla solitudine dei singoli, i quali devono vedersela da soli con l’abisso della propria follia, che il sacro sapeva rappresentare e la ritualità religiosa placare.

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