Lezione di storia

La storia italiana dell’ottocento e del novecento può essere letta in vari modi ed è indubbio che la storiografia degli ultimi trent’anni lo abbia fatto adoperando sia categorie ideologiche sia nuove mode a diverso titolo revisionistiche. Alcuni autori hanno insistito in maniera particolare sull’esistenza di diverse contraddizioni di fondo, in grado di  indebolire, o quantomeno di condizionare sensibilmente, il processo di costruzione di un’appartenenza nazionale. Le principali di tali contraddizioni possono essere semplificate in questi termini, accettando il rischio di una banalizzazione.

1) E’ esistita una netta divaricazione fra la definizione di una cultura italiana, che si consolida nei primi quaranta-cinquanta anni dell’Ottocento, e una dimensione politico-istituzionale del paese.  La discussione letteraria sul tema del primato italiano che caratterizza riviste come il Conciliatore e l’ Antologia, insieme al dibattito sulla lingua, a quello sulla tradizione storica e a quello sulla “scoperta” del rinascimento avvengono mentre la riflessione politica e’ del tutto carente. Le società segrete hanno programmi confusi, i moti del 1831 in Emilia sono quasi grotteschi e il pensiero mazziniano non ha a lungo una caratterizzazione politica realmente scissa dalla valenza etico-morale, troppo spesso declinata in chiave insurrezionale. Fino al 1848 manca una riflessione costituzionale e il diritto pubblico prende forma solo nell’accezione di un filosofico diritto patrio.  E’ del tutto assente, in un simile clima, la nozione della rappresentanza fatta eccezione per le sopravvivenze dell’antica rappresentanza cetuale e corporativa. Al tempo stesso la prospettiva geopolitica rimane fino al 1859 quella di un’espansione del regno di Sardegna e non certamente quella italiana; la prima guerra d’indipendenza è espressione della paura di Carlo Alberto di essere rovesciato da insurrezioni interne e la politica estera di Cavour cerca prima di tutto il consolidamento del Regno dei Savoia come Stato strategico dell’Italia settentrionale.

2) Questa debolezza politica trova conferma nella sostanziale assenza di fasi costituenti. La storia italiana, prima della fine della seconda guerra mondiale, ha conosciuto solo una breve e convulsa fase costituente nel 1848 e nel 1849, che non ha prodotto lo Statuto albertino, la carta destinata a restare tale per cento anni. In tal senso e’ stato molto complesso lo sviluppo di un senso condiviso delle istituzioni che si è  abbinato al mancato compiersi di una sovranità sia nazionale che popolare. La natura flessibile dello statuto ha rappresentato la sintesi compiuta di un modello politico che intendeva adattarsi ai mutamenti dei tempi attraverso la legislazione ordinaria preparata da un parlamento in parte di nomina regia e in parte fortemente censitario.

3) La mancanza di una visione geopolitica nazionale ha fatto si che l’unificazione operata dalla spedizione dei mille sia stata vissuta come una questione critica; l’idea cavouriana di un regno dell’alta Italia si fondava su un modello di poteri decentrati che dopo l’unità venne rapidamente abbandonato per i timori di dissoluzioni del regno. Esisteva una serie di interrelazioni economiche e culturali fra le diverse aree del Nord e di una parte del centro Italia, dove peraltro il collante erano stati i legami dinastici con gli Asburgo e gli interessi commerciali del loro impero; tali relazioni erano invece in larghissima parte assenti nei confronti del Regno delle due Sicilie che si collocava nella carta europea nei termini dell’esportatore verso l’Inghilterra e alcune aree anglofone.

Da questo quadro è scaturita la piemontesizzazione forzata, causa di molte delle distorsioni dei decenni successivi e di un accentramento costruito sui prefetti senza una vera rappresentanza dei territori. Di qui e’ discesa anche una classe dirigente per trent’anni almeno “nordista”: il meridione nella visione dei postcavouriani doveva essere “commissariato” in nome del primato assoluto della legalità su ogni altro aspetto socio-culturale.

4) La “nazionalizzazione forzata” del nuovo regno ha portato con sé una marcata paura del suffragio universale perché un simile istituto avrebbe dato voce politico-istituzionale a parti del paese considerate antinazionali; una paura che i liberali al governo hanno nutrito poi nei confronti delle forze antisistema, i cattolici e i socialisti. Il non expedit e la vocazione anarco-rivoluzionaria dei socialisti hanno indotto i liberali a perseguire soluzioni pedagogiche del diritto di voto e successivamente formule contrattualistiche come il patto Gentiloni. Inevitabilmente di ciò hanno sofferto la politica e le forme della rappresentanza che hanno coltivato a lungo l’idea dell’eletto come il migliore dei cittadini possibili in quanto interprete della tenuta delle istituzioni; una sorta di moderatismo centrista obbligata dal mancato completamento dell’appartenenza nazionale condivisa.

5)  I liberali italiani hanno rinunciato fin dai tempi della destra storica all’idea di partito, considerandola sinonimo chiaro di divisione, di frammentazione e di ideologizzazione, tutti fenomeni dannosi per una visione moderata e riformatrice della politica che trovava spazio invece nell’unitarismo centrista. Prima dell’unità non era possibile dividersi per non disperdere le forze, dopo l’unità non era possibile perché il nuovo Stato era troppo debole, minacciato dal profondo divario Nord-Sud, città-campagne e dalla presenza delle già ricordate forze anti-sistema. Per effetto di questa resistenza culturale e’ mancata in Italia la presenza di un partito conservatore di massa.

6) Questa assenza ha favorito l’avvento di Benito Mussolini, divenuto presidente del Consiglio con solo 35 parlamentari, eletti peraltro nelle elezioni del 1921 nei blocchi nazionali con l’ausilio decisivo del voto liberale. Vittorio Emanuele III infatti di fronte al pericolo rosso e al caos istituzionale, non potendo disporre di una forza ampia in grado di costituire una garanzia contro la rivoluzione, scelse di investire Mussolini che presentò il PNF come l’interprete della politica nazionale basata su monarchia, chiesa e borghesia, abbandonando in poco meno di 2 anni l’originaria vocazione “rivoluzionaria” dei fasci di combattimento.

7) Il fascismo giunto al potere per una simile strada ha dovuto rinunciare ad una propria cultura autonoma e ad una vocazione totalitaria. Ha dovuto quindi costruire un impegnativo quanto ingombrante compromesso con l’istituzione monarchica, espressione di una storia che il fascismo non aveva, e con la chiesa, destinataria di un consenso che il fascismo non aveva. La componente culturale del fascismo come rivoluzione che faceva capo a Bottai e quella di matrice nazionalista alla Rocco finirono in larga parte per essere decisamente minoritarie, ancora di più dopo la crisi del 1924 e il profilarsi delle aspirazioni mussoliniane verso l’abbattimento della tradizione statutaria. Per cancellare le istituzioni rappresentative serviva il consenso degli italiani che era ancora nelle mani di Chiesa e monarchia

8) La vera vittima di queste contraddizioni è  stato il parlamento, come sede della discussione e della rappresentanza nazionale: le grandi scelte a cominciare dall’entrata in guerra sono avvenute fuori dal parlamento che è stato a lungo il luogo di registrazione di decisioni prese altrove a cominciare dai partiti e la stanza di composizione di interessi fin troppo particolari

Alessandro Volpi, Università di Pisa.

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Una risposta a Lezione di storia

  1. massimo m ha detto:

    Provo io un commentino.
    Nell’agosto 1920 il fascismo è ormai organo della reazione agraria, nel 1921 elegge 35 deputati nei “blocchi nazionali” sotto insegna governativa, Giolitti presupponeva infatti addomesticabile il nuovo nero venuto, ma sbagliava e si dimette, gli succede Bonomi. Mussolini non è ancora una autocrate perfetto perché nell’agosto 1921 voleva conciliarsi con i socialisti, ma l’ala reazionaria del partito (Farinacci, Balbo, etc.) pretende il dominio pieno, il capo è tanto carismatico che si adegua. Nel terzo congresso del novembre 1921 il movimento diventa PNF, struttura gerarchica chiusa. Alla fine dell’estate 1922 gli squadristi sono padroni del campo, e dopo la marcia su Roma (che era un’idea non sua ma di D’Annunzio), Mussolini è capo del governo, ministro dell’istruzione nomina Giovanni Gentile che appartiene all’altra Italia e dovendo scegliere tra serietà e retorica conferma se stesso. Mussolini ignora i rudimenti di ogni politica seria. La cosiddetta rivoluzione fascista è colpo di stato oligarchico. Poi venne il regime, le spese militari, le tensioni, le avventure rischiose, la stampa non libera, nessuna elezione, e mai scioglie le squadre che lo garantiscono.
    Questa una sintesi breve che fissa dei paletti su cui sono d’accordo (è di Franco Cordero, che non può essere definito un radicale di estrema sinistra).
    Da essa scaturisce una domanda: ma quale cultura ebbe il fascismo?
    È una domanda retorica, infatti è come chiedersi ragione della cultura di Berlusconi.
    Massimo Michelucci

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