Tango

Mi sono reso conto, con orrore, che con le donne non si può vivere, ma nemmeno senza di loro. Per questo parliamo di tango: per ballarlo bisogna essere in due.

Patrice Leconte. Un pessimista sorridente (2009 Centro di studi cinematografici)

Per Leconte, il cinema è arte della simulazione, dove ricalcare e riprodurre situazioni che attingono ad un immaginario teatrale è il fascino dell’impostura, che, come in un gioco di specchi, permette di riflettersi e dare un’immagine di sé cangiante all’infinito. Grazie alle sue ambientazioni non immediatamente riconducibili a contesti definiti, non sempre ascrivibili ad un’epoca stabilita, il regista crea universi a se stanti, frutto della propria creatività.

Patrice Leconte nasce a Tours nel 1947; già dall’adolescenza si appassiona al cinema e a 15 anni dirige alcuni filmini amatoriali.

A vent’anni si trasferisce a Parigi dove frequenta l’istituto di alti studi cinematografici, collabora con i Cahiers du cinéma  e con la rivista di fumetti Pilote, una delle più prestigiose di Francia dove nacquero personaggi come Asterix e Lucky Luck. In questo periodo continua a produrre cortometraggi.

Nel 1976 gira il suo primo lungometraggio, la commedia Il cadavere era già morto, una parodia del genere poliziesco francese. Inizia con questo film la collaborazione e l’amicizia con l’attore Jean Rochefort che, insieme a Daniel Auteuil, diventerà uno dei protagonisti preferiti delle sue opere.

Il film Tandem, uno dei più riusciti, del 1987, segna una tappa importante nella sua attività di regista; da allora realizzerà personalmente le inquadrature dei suoi film. Ho cominciato a fare da solo le inquadrature con Tandem e da allora non ho più lasciato la macchina da presa a nessuno: l’inquadratura fa parte integrante della regia. E poi gli attori amano avere l’occhio del regista vicino. Quando vedo un regista davanti al suo monitor mi dico: “Ma sta già guardando il suo film alla televisione!” e penso che sia un grosso pericolo. E’ il controllo video che spinge un regista a fare sempre più primi piani, perché quando si osserva un campo lungo sul monitor non si vede nulla. E questo finisce per falsare completamente il punto di vista.

Il marito della parrucchiera (1990), con Jean Rochefort e Anna Galiena, è uno dei film che ha avuto maggior successo in Italia; il protagonista insegue e realizza il suo sogno di adolescente di sposare una parrucchiera. Incontra una ragazza che ha appena rilevato un negozio di tal genere, la sposa, seguono 10 anni d’amore, poi…

Tango (1993). Quando mia moglie ha scoperto che, per la quinta volta dall’inizio dell’anno, l’avevo tradita con un’altra, la mia vita ha subito una scossa.  Mi sono reso conto, con orrore, che con le donne non si può vivere, ma nemmeno senza di loro. Per questo parliamo di tango: per ballarlo bisogna essere in due (uno dei protagonisti).

Il suo film più premiato è Ridicule, del 1997, con Fanny Ardant e Rochefort, ambientato nel ‘700, nel quale parla di  quell’aristocrazia viziosa e velenosa che si va spegnendo. Quattro César, un David di Donatello e una nomination all’Oscar per questa pellicola ambientata nella corte di Versailles, apprezzata per il suo stile asciutto e limpido.

Segue La ragazza sul ponte (1999), storia d’amore fra Daniel Auteuil, nella parte del lanciatore di coltelli Boris, e Vanessa Paradis in quella della tentata suicida Adele, girato interamente in bianco e nero e considerato uno dei più bei film sentimentali che la Francia abbia sfornato nell’ultimo decennio di secolo.

Infine, con la grazia sapiente che lo contraddistingue, firma il suo miglior film L’uomo del treno (2003), con Jean Rochefort e Johnny Hallyday, bizzarra storia di uno scambio di vite che vinse il David di Donatello come miglior film straniero. Dirigerà poi Laetitia Casta nel ruolo di una prostituta d’alto borgo ne Rue Des Plaisirs (2002), Sandrine Bonnaire nei panni di una paziente di un finto psicanalista in Confidenze troppo intime (2004), nonché di nuovo Auteuil ne Il mio migliore amico (2006).

 Il suo ultimo film è Il magazzino dei suicidi (2012): è anche il suo primo film di animazione. Protagonista una coppia che gestisce un negozio di famiglia un po’ particolare: si occupa infatti di fornire gli strumenti corretti al popolo degli aspiranti suicidi. Come ogni coppia che si rispetti hanno tre figli Vincent (come van Gogh), Marilyn (come la Monroe) e Alan (come Alan Mathison Turing): tutti personaggi morti suicidi. Per rispettare il buon nome del negozio tutto deve avere un aspetto di circostanza. Unico neo del sistema sarà il piccolo Alan che nasce con il sorriso e l’ottimismo più incontenibile del mondo. I genitori , che tanto si daranno da fare per incupire il proprio figlio minore, ne passeranno di tutti i colori.

La critica riconosce a Leconte “ la capacità di raccontare i sentimenti, le relazioni umane e gli eventi della vita con delicatezza e eleganza, una grande maestria nell’usare l’umorismo con grande originalità. E’ anche un maestro dei contrari, da sempre: amore e indifferenza, vita e morte, ascoltatori e parlatori, chi prende i treni e chi li guarda si alternano in una danza di sequenze che hanno fissato il suo stile con solidità e sensibilità.
Regista di indubbio talento, da sempre circondato da attori che conoscono bene il loro mestiere, Leconte è decisamente raffinato e prezioso nel suo stile. Non manca mai del “necessaire” che lo fa un autore tipicamente francese: piccante, ideale, sobrio, completo. E ogni sua pellicola è denotata da un tocco di classe inarrivabile”.

Leconte: I cineasti sono seduti su troni di sabbia. Tutto può crollare in un istante, sempre. Fare cinema è un mestiere violento e fragile. Nulla è mai acquisito definitivamente. D’altro canto credo sia proprio questa condizione di funambolo a tenermi in vita.

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