Cento notti in lambretta (5)

                                                    NEOAVANGUARDIA

Preceduto, e in parte promosso, dalla ricerche della rivista “Il Verri”, diretta da Luciano Anceschi, il movimento della neoavanguardia tende a denunciare l’inautenticità della società capitalistica, la standardizzazione della parola che rende impossibile la comunicazione e la mercificazione dell’arte dovuta all’industria culturale. Si ricercano forme letterarie nuove, non facilmente mercificabili, non omologhe alla civiltà dei consumi. La poesia e la letteratura si propongono come antiletteratura e antipoesia e intendono essere “mimesi critica della schizofrenia” della società disgregata e insensata contemporanea, esaltando il gioco gratuito e la poetica della non-significanza. Ad un mondo privo di senso non può che corrispondere una rappresentazione priva di senso, negata alla comunicazione. Ci si propone, sotto l’apparenza di un radicale diniego della comunicazione, di far violenza alla comunicazione banalizzata, di distruggere l’universo linguistico (letterario) “normale”, di imitare il caos verbale e grafico in cui l’industria della cultura ci veniva immergendo. I poeti della neoavanguardia (Elio Pagliarani, Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Antonio Porta) nel 1961 pubblicarono la raccolta “I novissimi. Poesie per gli anni Sessanta”,  caratterizzata da uno sperimentalismo linguistico e metrico perseguito nelle più varie direzioni, dalla mimesi di linguaggi quotidiani alla scrittura informale. Il gruppo dei cosiddetti “Novissimi” si allargò poi nel cosiddetto “Gruppo 63”, fondato nel congresso di Palermo di quell’anno, il quale tenne congressi periodici, pubblicò riviste, stabilì relazioni con analoghi gruppi di altri paesi, soprattutto francesi e tedeschi. Un agguerrito nucleo di giovani intellettuali che contestano sia il piatto realismo sociale del neorealismo sia il bello scrivere degli scrittori borghesi di moda, Cassola e Bassani su tutti.

Nato nel 1930 a Genova e morto il 18 maggio del 2010, docente nelle università di Torino, di Salerno e poi di Genova, critico letterario e poeta, narratore, scrittore teatrale,  pubblicista, autore di importanti studi su Dante, su Pascoli e Gozzano e di una notissima e discussa antologia “Poesia del Novecento” (Torino, Einaudi, 1969), Edoardo Sanguineti è stata una personalità di spicco nel panorama dell’intellighentia italiana. Aveva già cominciato verso il 1951 a scrivere i versi di Laborintus,  (una raccolta di 27 sezioni) pubblicata poi nel 1956: una serie di apparizioni a più voci e a più lingue. “Laborintus” è la forma medievale della parola “labirinto”, che viene usata come omaggio a un teorico dell’estetica medievale, Everardus Alemannus, autore di un poema scritto in latino intitolato appunto Laborintus e il cui titolo veniva così interpretato: “Titulus est  laborintus quasi laborem habens intus” , cioè contenente in sé labor, travaglio, fatica. La metafora del labirinto serve a mettere in evidenza quanto siano irrazionali le manifestazioni della ragione strumentale borghese, quanto la società del consumismo imperante sia caotica e contraddittoria. Si vuole comunicare un’idea labirintica del mondo, l’immagine dell’universo come caos. Di fronte a una poesia che tradizionalmente celebrava l’ordine del mondo con le sue gerarchie, ora la poesia vuole mettere l’accento sul disordine di un mondo dove ci si smarrisce, dove si perde “la diritta via”, dove non c’è più alcuna gerarchia. Ma, oltre a questo, c’è anche l’impegno a costruire un nuovo linguaggio. “Quello che anche mi attirava –ebbe a dichiarare Sanguineti- nell’immagine del labirinto era qualcosa che in un certo senso è l’altra faccia di quello che finora ho detto, perché il labirinto in realtà è un’opera architettonica, è una costruzione, è una sapiente elaborazione. Nulla di più irrazionale e caotico –perché per eccellenza è il luogo dello smarrimento- e, nello stesso tempo, nulla di più architettato, sofisticato, calcolato…”. Proponendo, dal suo punto di vista marxista, l’equivalenza di ideologia e linguaggio (Ideologia e linguaggio è anche il titolo di un suo libro di saggi), esprime la sua convinzione che non sia possibile concepire una letteratura davvero progressista che si esprima col linguaggio borghese  o con la finta mimesi dei dialetti: il rinnovamento ideologico deve cominciare con la destrutturazione ludica e ironica dei consueti linguaggi espressivi. Da qui l’uso di lacerti di latino medievaleggiante, di greco antico, di tedesco e francese letterari, pezzi fossili di situazioni culturali defunte. Da qui la messinscena volutamente junghiana degli archetipi. Da qui il parlare solo per citazioni, usando materiale già letterariamente usato.

Piangi piangi è una poesia della raccolta “Purgatorio de l’Inferno”: il padre poeta canta al bambino una vera e propria ninna nanna, il cui ritmo ripetitivo è dato dall’elenco di una serie di oggetti consumistici, di “regali di Natale” debitamente scelti per la loro assoluta inutilità o per il rinvio che permettono alle mostruosità del vivere sociale (“una piccola maschera antigas”).

VOCE – Piangi, piangi, che ti compero una piccola maschera antigas, un flacone di sciroppo

ricostituente, un robot, un catechismo con illustrazioni a colori, una carta geografica

con bandierine vittoriose:

piangi piangi, che ti compero un grosso capidoglio

di gomma piuma, un albero di Natale, un pirata con una

gamba di legno, un coltello a serramanico, una bella scheggia di una

bella bomba a mano:

piangi piangi, che ti compero tanti francobolli dell’Algeria francese, tanti succhi di frutta, tante teste di legno, tante teste di moro, tante teste di morto…

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