Cento notti in lambretta (2)

 Francesco Pinto, “La strada dritta. Il romanzo dell’autostrada del Sole” (Mondadori)

Francesco Pinto [ giornalista, direttore del Centro di Produzione della RAI di Napoli, è stato direttore di RAI Tre, a lui si devono molti programmi divenuti celebri (Sfide, Blu notte, La squadra, Malevisione, Alle falde del Kilimangiaro, Novecento…)], con “La strada dritta“, il suo primo romanzo, ha voluto rendere omaggio a quegli uomini, con la schiena dritta (come la strada), che realizzarono l’impresa più incredibile della storia dell’Italia moderna, i rappresentanti di un’intera generazione che ricostruì il Paese, che lo fece uscire dalle distruzioni della guerra e lo propose al mondo come simbolo di modernità e di innovazione. La copertina del libro – lo svincolo con le indicazioni Nord Sud – è l’emblema dell’obiettivo politico che si voleva raggiungere con la costruzione dell’Autostrada: unire il Paese (per andare da Milano a Napoli occorrevano due giorni e mezzo).

Dal ’56 al ‘64 il Paese realizzò un’opera “impossibile”: l’Autostrada del Sole, 755 chilometri di strada, viadotti e gallerie costruiti in appena otto anni, quasi senza soldi e del tutto senza esperienza…E’ stata l’Italia migliore di sempre. Un Paese orgoglioso di sé, fiducioso in sé come non sarebbe più stato, e lo dimostrò con un’impresa irripetibile…Nessuno fece più nulla del genere…Ero bambino, e un giorno mio padre mi caricò in macchina, accese l’autoradio e mi portò a vedere l’Autosole appena costruita. Partimmo da Napoli la mattina, pranzammo nel Mottagrill alle porte di Roma e tornammo indietro con l’impressione di aver toccato con mano la modernità. Era un Paese che voleva correre.

Allora puntavamo in alto, eravamo orgogliosi, ambiziosi e coraggiosi… L’Autosole unì l’Italia? Non so se ci siano riusciti: quegli uomini lo vollero. Credettero davvero che un nastro d’asfalto potesse portare il Meridione nella modernità. In quei cantieri rischiosissimi e impensabili, sull’Appennino, lavorò un’Italia che aveva una gran voglia di essere una nazione, senza retorica, senza mai dire “patria”, che allora era una parola sospetta, solo costruendo piloni di cemento. Fu il momento più alto dell’unità nazionale, forse l’unico in tutti questi 150 anni… Quello che ho voluto raccontare è lo spirito di un decennio magico, quando tutto sembrava giovane e pulito.

Mandavamo satelliti in orbita, ospitavamo le Olimpiadi, la lira era la moneta più stabile del mondo, battezzavamo l’Europa. In quegli anni ci buttammo alle spalle l’angoscia della guerra per diventare un grande Paese, sapendo di potercela fare da soli. Copiando magari gli svincoli dagli americani, ma senza il loro aiuto: ci si rimette in piedi da soli, mai più col cappello in mano. Progetti italiani, imprese italiane, soldi italiani…Perché allora eravamo coraggiosi, e ora siamo vili? 

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