Cento notti in lambretta (1)

Gli anni ’50… sospesi tra i drammi della ricostruzione del dopoguerra e l’entusiasmo di guardare avanti, di voltare pagina. Gli italiani hanno voglia di rinascita: si rimboccano le maniche e ricostruiscono il paese. L’Italia, ben determinata ad alzare la testa dalle macerie e dalle distruzioni della guerra,  ricomincia a respirare.

Durante la guerra,  aveva destato curiosità un piccolo ciclomotore utilizzato dai paracadutisti inglesi per i loro spostamenti sul territorio. La ditta Innocenti, che all’epoca si occupava di impalcature per l’edilizia mediante l’utilizzo dei famosi tubi di acciaio, colse al volo l’idea e decise di costruire un veicolo a motore su due ruote piccole, a telaio aperto, con pianale basso, adatto a tutti, anche –si disse all’epoca- per donne e preti.

Milano risorge dalle rovine del conflitto con una enorme carica di vitalità e di creatività in ogni campo. Proprio a Lambrate, negli stabilimenti di Ferdinando Innocenti, nasce il mitico scooter destinato a rappresentare il simbolo del miracolo economico.

Quell’Italia che ancora parlava le mille sfumature del dialetto, le cui strade erano ancora popolate di mucche e capre e tante, tante biciclette, cominciò finalmente a muoversi sulle due ruote della lambretta.

Piccola, resistente ed economica, la lambretta incontrò subito il  favore del pubblico italiano e una marea di scooter,  spesso carichi all’inverosimile, percorrevano instancabili le vie della città e le strade di campagna.

Edmondo Berselli: la prima Lambretta esce dalla fabbrica Innocenti nell’ottobre del 1947… Costruzione spartana, anzi, più che spartana, essenziale al punto che oggi potrebbe esser considerata una specie di prodotto artistico, una sintesi tecnologica senza scarti, l’essenzialità fatta scooter, un oggetto da esporre in qualche museo d’arte moderna culturalmente tendenzioso, insieme con la Lettera 22 della Olivetti e i migliori oggetti del design italiano…

Bastano pochi anni, e la Lambretta diventa uno dei totem dell’orizzonte italiano fra la ricostruzione e il boom economico.

Anni di frenesia produttiva, di uno sforzo collettivo gigantesco, in cui l’urbanizzazione e l’industrializzazione trasformano profondamente lo stesso panorama del paese. E popolano le strade, asfaltate o ancora bianche, di quegli strani oggetti meccanici, che non sono motociclette autentiche, hanno una forma particolare, sono gli “scooter”.  Oggetti sommamente disprezzabili, secondo i puristi della moto, quelli che vogliono sentire il rotondo scoppiettìo del motore a quattro tempi: perché lo scooter ha le ruote piccole, “è meno sicuro alle alte velocità”, ma, soprattutto, contraddice vistosamente la sostanza maschia delle due ruote classica, quella con il serbatoio da stringere virilmente fra le cosce e con la testata del motore in vista, pronta a rilasciare generose macchie d’olio sui calzoni del “centauro”. Lo scooter, invece, è più cittadino, borghese, forse intrinsecamente impiegatizio, adatto alla giacca e cravatta, e anche alle signore, volendo… La lambretta, con quel nome che richiamava Lambrate, la Lombardia, il triangolo industriale, il Nordovest, viene sempre identificata con Milano. E quindi con una classe operaia che si sta evolvendo, accede ai nuovi consumi del sopravveniente miracolo. Ci si trova davanti alla “democrazia del motore”. Si fa fatica a tener dietro alla diffusione dello scooter nordista: verrà esportato in centoventi paesi, prodotto in aziende dislocate nel mondo intero.

L’ultimo modello esce nel 1971. La lambretta si spegne.  Ma più che mai vivo è ancor oggi lo spirito del “lambrettismo”. Uno spirito fatto di efficienza e di solidità, di funzionalità completa ed eclettica.  E nel rivedere le vecchie versioni dello scooter, qQQuel disegno che sembra un piccolo Beaubourg motociclistico, nella sua nudità di scatole e tubi, sembra di ritrovare l’immagine di un’epoca,  e di risentire il rumore bellissimo e irripetibile di quando il nostro tempo andava a due tempi

 

La città si dilata: la città si estende. Gli urbanisti e i sociologi, gli amministratori del comune, gli impresari edili, i cultori della statistica, i tecnici dell’acqua potabile, della luce, del gas, dei telefoni parlano dello sviluppo della città, redigono grafici in ascesa…[com’è bella la città], un certo senso compiaciuto, una speranza colorata di certezza, [com’è bella la città], una solleticazione aritmetizzante, una disposizione emulatrice [com’è grande la città]: arriveremo anche noi ai tre milioni di Parigi, ai quattro di Berlino agli otto di Londra [com’è viva la città/ com’è allegra la città]

Piena di strade e di negozi                                

E di vetrine piene di luce

Con tanta gente che lavora

con tanta gente che produce

Con le reclame sempre più grandi

coi magazzini e le scale mobili

coi grattacieli sempre più alti

e tante macchine sempre di più …

[Giorgio Gaber]

 

“Si può vivere anche a Milano

nel cuore della città:

c’è tanta gente in giro per le strade

c’è tanta elettricità …

si ha tutto a portata di mano

non si scappa dalla realtà

della gente che vive e che lavora

che si diverte e che respira

… mezz’ora da piazza del duomo

arrivi dove vuoi

e trovi tutto quello che ti può servire …

… anche quello che non sapevi di volere …”

[ Eugenio Finardi]

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in eventi. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...